27-10-2004

 

 

 

BLOOD SWEAT AND TEARS' 'CHILD IS FATHER TO THE MAN'

 

La nuova, spregiudicata frontiera del Jazz-Rock

 

 

Verso la fine del 1967 Al Kooper e' uno dei piu' celebrati, ricercati ed ammirati 'session-players' al mondo: nel suo 'palmares musicale' figurano illustri, cruciali collaborazioni con i piu' grandi e osannati musicisti-rock contemporanei: Bob Dylan (in 'Like A Rolling Stone', da 'HIGHWAY 61 REVISITED', 1965, e, soprattutto, 'BLONDE ON BLONDE', da molti ritenuto il capolavoro assoluto dylaniano) e Who ('SELL OUT'); in futuro prestera' la sua versatilita' di pluri-strumentista a mostri sacri quali Jimi Hendrix (il quale lo invito' caldamente a partecipare alle sessions di 'ELECTRIC LADYLAND', del 1968), Mike Bloomfield e Stephen Stills (con cui avrebbe dato vita al memorabile, leggendario 'SUPER-SESSIONS' (1968)), senza contare centinaia di altre illustri partecipazioni.

Ed e' proprio in questo scorcio finale di anno che Kooper decide di avventurarsi in un esperimento mai tentato prima: fondere gli stilemi della musica Jazz con quelli di un ricercato, elaborato, orchestrale Pop-Rock: un coraggioso, inedito ibrido attraverso il quale il grande session-man esplorera' tutto lo sconsiderato eclettismo di cui e' capace. Nascono cosi' i BLOOD SWEAT AND TEARS, un combo formato da ben 8 elementi: tastiere (Al Kooper), chitarra (Steve Katz), basso (Jim Fielder), batteria (Bobby Colomby), sassofono e pianoforte (Fred Lipsius), Randy Brecker e Jim Weiss (trombe) e Dick Halligan (trombone).

Sebbene il cosiddetto 'jazz-rock-movement' non si tratti, gia' allora, di una novita' assoluta (come non dare credito assoluto all’inventore per antonomasia Miles Davis ed alle similitudini che inevitabilmente intercorrono tra la creazione di Kooper ed i Chicago?…) il contributo del giovane astro newyorkese, sia compositivo che strumentale,  si rivelera' di inestimabile importanza per l'evoluzione della Musica Jazz/Pop-Rock dei decenni a venire. Ne e' inconfutabile prova 'CHILD IS FATHER TO THE MAN', primo 'parto' musicale prodotto dai BLOOD SWEAT AND TEARS: l'album viene edito all'inizio del 1968 e rappresenta un ardito melting pot sorretto da sprazzi di sublime melodia e solide ma al contempo ricche e complesse soluzioni musicali, all'interno delle quali ognuno degli strumentisti ha modo di esprimere il proprio talento esecutivo.

Epicentro, ovviamente, dell'opera, un multi-eclettico, debordante Al Kooper, imperioso e maestoso sia nelle vesti di organista che (soprattutto) in quelle di compositore primario; di non secondaria importanza la sua vocalita': non di straordinaria levatura espressiva, sebbene intelligentemente dosata e mai sopra le righe, in sintesi: perfettamente funzionale e complementare all'impetuosa gamma orchestrale dei BS&T.

'CHILD IS FATHER TO THE MAN' e' ambizione allo stato piu' estremo: e', innegabilmente, 'specchio' di un periodo creativo unico che annuncia sin dai primissimi solchi i crismi dell'irripetibilita': un disco figlio del suo tempo, testimone di una audace ricerca musicale tesa ad infrangere l'ennesima barriera al fine di accedere a nuove dimensioni sonore.

Ma va anche ultra-doverosamente sottolineato che 'CHILD IS FATHER TO THE MAN' fu sinonimo di incompiutezza: si, incompiuto, in quanto esso volle attingere ad un complesso tema da concept-album, mai pienamente focalizzato e giustificato sino in fondo: manca, al suo interno, quella continuita' componente assolutamente fondamentale per la riuscita di un ‘plot’ musicale unitario. Alla fine di un comunque concitato, felicissimo ascolto, l'ascoltatore piu' acuto e dotato di senso critico non potra' fare a meno di evidenziare tali lacune, certamente esse conseguenza diretta di decisioni affrettate o, come sarebbe lecito pensare in questi frangenti, derivanti da una eccessiva mania di protagonismo tesa ad evidenziare lo straordinario potenziale di una band in costante evoluzione.

Attestato cio', giunge la musica: fresca, inebriante, alchemica, audace, ambiziosa: un concentrato di modernita' che intende proseguire, con spirito avventuriero ed implacabile, la lezione impartita da album storici quali 'PET SOUNDS' dei Beach Boys, 'SGT. PEPPER' dei Beatles e 'THE PIPER AT THE GATES OF DAWN' dei Pink Floyd. Emblematico, nel riassumere i sovra-esposti concetti, e' il secondo brano, 'I Love You (More Than You'll Ever Know'), una lenta, ipnotica 'blues-ballad' che riunisce in se' tutta la gamma sonora, strumentale e compositiva dei BS&T: a cominciare dal memorabile attacco di chitarra e organo: un riff si distende sinuoso e tremolante: la sei-corde di Steve Kazt e' responsabile di queste prime, drammatiche linee, 'contrappuntate' dal martellante organo di Kooper, sulle quali fa poi breccia la sua voce: in appena sei minuti, elementi di Jazz, Pop, Soul a cui si unisce un tocco di morbida psichedelia trovano un miracoloso equilibrio: ogni elemento e' dosato alla perfezione, e, assai rilevante, sorprendentemente mirato nel non cadere nella trappola dell’’over-played’, rischio pressoche' inevitabile quando la musica viene rivestita di complessi e pretenziosi arrangiamenti. Il brano induce, lungo tutto l'arco della sua durata, ad uno stato emotivo in cui Kooper riversa le sue lacrime d'amore in un intercedere altamente suggestivo e stimolante: raramente un tale dispiego di fiati, orchestre e strumenti tradizionali del Pop-Rock avevano raggiunto un cosi’ alto, struggente idillio sonoro.

Ma il vero highlight di ‘CHILD IS FATHER TO THE MAN’ e’ costituito da ‘My Days Are Numbered’, il cui drammatico pathos emesso dai fiati, linee di basso incalzanti e sincopate, fraseggi chitarristici remixati al contrario (ogni riferimento alle innovazioni musicali presenti in ‘REVOLVER’ NON PUO’ – e non deve – essere casuale…!!…) sui quali svetta la ficcante resa vocale di Kooper, giustificano appieno il momento di eccezionale creativita’ ed ispirazione in seno al gruppo. Senza dimenticare, of course, la perla finale di un trittico di composizioni fra le piu’ brillanti ed innovative dei tardi ’60: ‘I Can’t Quit Her’, sempre composta da Kooper: una magistrale introduzione al piano, il solito eccelso, meravigliosamente ‘singhiozzante’ basso e la perentoria, se non virtuosa, prestazione vocale di Kooper, a cui seguono intermezzi sorretti da una sezione fiati impeccabile e sempre piu’ prominente: mai, prima di allora, una tale ricchezza e versatilita’ strumentistica aveva ricevuto una cosi’ maniacale cura e sintassi sonora: mai si era assistito ad una cosi’ spregiudicata, definitiva ‘messa in scena musicale’  che comprendesse una simile gamma di strumenti apparentemente inconciliabili tra loro.

Al Kooper ebbe la geniale intuizione di poter ‘chimicamente’ assemblare, in un’unica sede, in un unico progetto, musicisti dai backgrounds assai differenti, ma senza, al contempo, risultare patetico e ridondante, scioccamente auto-indulgente: in ‘CHILD IS FATHER TO THE MAN’ viene messo in luce un pacato, mai opprimente virtuosismo: i solisti hanno modo di coinvolgere con il proprio estro l’ascoltatore di turno, senza pero’ eccedere in quanto mai d’accatto, pomposi fraseggi: tutto e’ all’insegna di una ‘economicita’’ la quale ha il preciso scopo di salvaguardare innanzitutto la melodia insita nei brani, oltreche’  mettere in risalto la certosina qualita’ di arrangiamenti fantasiosi e spregiudicati, studiati al millimetro.

Non un capolavoro assoluto, dal punto di vista della ‘continuita’ musicale’, come d’altronde gia’ esposto precedentemente: a tratti, nonostante la bonta’ di brani quali ‘Just One Smile’ ed una ‘jazzata’ versione di ‘Morning Glory’ (scritta da Tim Buckley), l’album ‘incespica’ in discutibili scelte stilistiche, dando l’impressione di non esser in grado di portare fino in fondo il proposito inizialmente esposto, anzi, trascinandosi qua e la’  in ‘stiracchiati’, noiosamente accademici ‘blues-sessions’ quali ‘Something Goin’ On’,  melodie incerte quali ‘House In The Country’ o banalita’ come la cover di ‘Without Her’ di Harry Nilsson.

Ma queste sbavature non impediscono al sottoscritto di diminuire l’importanza storica di cui si fa carico questa sorta di ‘lost-classic’, ai piu’ oggi sicuramente misconosciuto.

In seguito Al Kooper abbandonera’, tumultuosamente, il progetto-BS&T, per questioni legate ad insanabili inconciliabilita’ artistiche e politiche, optando, successivamente, per saggi, assai piu’ dignitosi percorsi professionali. Quanto ai BS&T orfani di Kooper, essi abbandoneranno presto ogni velleita’ innovatrice, onde abbracciare (sic…k…) tracciati piu’ smaccatamente commerciali e remunerativi, imbattendosi in brutti episodi di carattere strettamente politico (che comportera’, conseguentemente, pesanti ‘rovesci’ in termini di spessore musicale ed originalita’).

Un grande occasione mancata, dunque, ma a me questo non interessa affatto, o perlomeno, non e’ affare che mi riguarda. Nel caso voi non abbiate tratto soddisfazione alcuna da questo articolo o avreste desiderato ottenere maggiori informazioni sui BS&T post-Kooper, beh… avrete senz’altro perso 15 preziosi minuti del vostro tempo nel leggere questo omaggio ad un disco pienamente da rivalutare.

Il resto… come sono solito dire, e’ tutto lasciato alla vostra capacita’ di rapportarvi alla VERA musica…

…ammesso che abbiate questa capacita’…

 

ALAN J-K-68 TASSELLI (LUCA COMANDUCCI)

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