15-08-2002

 

 

 

STANLEY KUBRICK ED IL SUO INNATO SENSO CINEMATOGRAFICO

 

Il Grande Alchimista della Settima Arte

 

 

Spesso il pubblico piu' distratto e superficiale si lascia sfuggire particolari i quali, analizzati ed approfonditi, possono risultare elementi di giudizio accattivanti quanto indispensabili, onde poter sviluppare una buona cultura cinematografica. La maggior parte dei registi tende ad abbinare gran parte delle loro produzioni ad un cast di attori famosissimi e tra i piu' pagati di Hollywood. Cio' viene commesso a discapito di una delle principali e piu' basilari funzioni in ambito cinematografico: la qualita', unita ad un senso di "unitarieta'" che faccia da tramite affinche' un'opera possa rimanere scolpita nella mente dei cineamatori. In alcuni casi, non e' necessario abbinare ad una trama, supponiamo intricata e dal fascino occulto, uno stuolo di attori affermati al fine di decretare, con ogni probabilita', un sostanzioso successo al botteghino. Questo genere di atteggiamento, (od eccessiva, stomachevole supponenza) ha sempre portato il cinema a convivere con una forte instabilita' qualitativa, obbligando la Settima Arte a dover patire continue, spossanti fasi alterne, in alcuni casi accompagnate da preoccupanti perdite di credibilita'. Stanley Kubrick era l'eccezione che confermava la regola. Per lui non esisteva l'obbligatoriO abbinamento TRAMA DALL'INDUBBIO IMPATTO + PRESTIGIOSO CAST HOLLYWOODIANO. Semmai, in Kubrick vigeva un principio di totale, apparentemente folle anarchia, in netta, drastica antitesi con le velleita' "majoristi- che" imperversanti nel mondo della celluloide: secondo il grande cineasta americano scomparso nel 1999 erano gli attori a dover essere complementari al soggetto del film, e non viceversa, come solitamente accadeva ed accade tutt'ora. Se viene fornita un'ampia carrellata al cast dei capolavori di Kubrick, a partire da RAPINO A MANO ARMATA (1955), ci si accorgera', salvo qualche eccezione, che la fama dell'attore non era particolarmente richiesta nel contesto dei suoi film, l'impiego di Jack Nicholson in SHINING, contrariamente a questo principio, non si tratto' altro che di un episodio pressoche' isolato. Il genio di Kubrick, al di la' di fin eccessivamente risaputi meriti cinematografici, risiedeva ( soprattutto, a mio parere) in un corretto, maniacale bilanciamento degli ingredienti, in modo che essi risultassero essere collocati al posto giusto e nel momento giusto, quasi si trattassero di piccoli tasselli atti a formare un gigantesco, monumentale mosaico dall'invadente, ma indiscutibile, bellezza espressiva. Gli attori, per Kubrick, non erano altro che questi "piccoli tasselli", tanto importanti quanto trama e soggetto. RAPINA A MANO ARMATA, a tal proposito, e' esemplare nel riassumere questo inaudito concetto: tutti gli attori impiegati sono pressoche' scono- sciuti al grande pubblico, ma, diretti e "collocati" con infinita maestria da Kubrick, essi vengono calati perfettamente nella trama ad incastro del film, conferendo all'opera un invidiabile, distinguibilissimo pathos ed emotivita', un'emotivita' fredda, distaccata, quasi impersonale e neutrale; sul film aleggia un fortissimo "senso di realismo", tanto seriosi ed inappuntabili sono i protagonisti implicati nella vicenda. La drammatici- ta' degli eventi non risulta mai essere pomposa o particolarmente roman- zata, come e' tipica abitudine degli americani, ma si tratta di un dramma freddo, severo, tagliente, che il bianco e nero trasforma in qualcosa di ancora piu' "spietato" ed ancestrale. La tensione dei protagonisti sembra travilacare dal grande schermo ed impossessarsi di noi, quasi divenissimo complici della grande rapina. RAPINA A MANO ARMATA e' un concentrato di genio, innovazione ed inarrivabile "senso degli eventi": non viene dato nulla per scontato, ne' ci si aspetta che dalla pellicola fuoriesca un vincitore o l'eroe-sgomina-criminali di turno. L'intensita' e' altissima, cosi' densa che si potrebbe affettare con un semplice col- tello a serra-manico. Cupo ma allo stesso tempo avvincente, oscuro ma contemporaneamente brillante, diabolico gioco ad incastro, dove gli attori sono e non sono, fanno e non fanno: si preoccupano di fungere da pezzi mancanti ad un puzzle di efferata criminalita' e glacialita' umana. Il cinismo come forma espressiva al suo massimo "splendore" mai raggiunto. L'alchimia e' il piccolo segreto della genialita' di Kubrick, ovvero il modo con cui arriva a realizzare le sue straordinarie opere; ogni frammento pare essere l'ideale seguito del precedente, non vi e' nulla di dispersivo nella progettazione e conseguente costruzione delle sue "creature". Un altro limpidissimo esempio e' rappresentato da 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO: il protagonista si chiama Keir Dullea, attore oggi dai piu' scono- sciutissimo. La maestria di Kubrick era anche determinata dal fatto di saper scegliere volti e lineamenti che si completassero alla perfezione con il soggetto cinematografico da proporre. Se al posto di Dullea ci fosse stato PAUL NEWMAN, vedrete che il risultato sarebbero stato completamente differente. Il volto "da astronauta" di Dullea e' quanto di piu' complementare al ritmo serratissimo di 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO, dove a dominare non sono ne' gli attori, ne' i loro dialoghi: sul film incombe un senso di infinito vuoto spazio-temporale, e' l'immensi- ta', ingombrante, opprimente, spodestante dell'oscurita' del Manto Spaziale a rubare la scena. Quelle poche, pochissime frasi rivelano la sottile tensione emotiva della pellicola, astratta ed enigmatica quanto il tanto dibattuto significato sul famigerato monolite, presumibile fonte di vita, nonche' pensiero filosofico-kubrickiano, unico accertato comune denominatore di questa personalissima saga spaziale. Nessun'altro, storicamente parlando, ha piu' inteso il concetto di "spazio-tempo" come il grande regista: ci troviamo lontani anni-luce (in tutti i sensi....) dalle grandi impo- sizioni e dominazioni cinematografiche del successivo STAR WARS. Qui l'unica battaglia che l'uomo deve combattere e' contro il tempo e, forse, implicitamente, contro se stesso, contro la sua smania di onnipotenza auto-distruttiva. Un lungo viaggio, disperso tra conscio e subconscio, un infinito percorso "macchiato" di certa involontaria, timida psichedelia che si incastra idealmente nei lunghi, spossanti, "assordanti" vuoti silenziosi del film, quasi si trattasse di un interminabile "trip" dai connotati filosofici, "alimentato" a dismisura, da, spesso improponibili quanto conturbanti, quesiti che ancora oggi stentano a trovare una razionale forma di giudizio che li giustifichi. Il fascino magnetico delle opere di Kubrick in fondo risiede proprio in "quei quesiti", simili a enigmi mai del tutto risolti, e, si sa, non esiste cosa al mondo piu' affascinante di un mistero rimasto a lungo senza soluzione finale........ Se mai di razionalita' e' lecito supporre..., ...funestato anch'io da un vorticoso, opprimente senso di mistero mai del tutto portato a compimento.........

 

ALAN "J-K-68" TASSELLI ......un uomo talmente IRRAZIONALE..............

 

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