07-11-2003
I DUE MONDI DI CHARLIE
Ovvero:
inesorabile parabola sull'ennesimo,
feroce
delitto commesso dalla Dea Scienza
"E'… forse… una legge della natura "INTELLIGENZA ACCRESCIUTA = PERDITA DI AMICIZIE…?"… (Charlie Gordon a Miss Kinnian, da "I DUE MONDI DI CHARLIE", di Ralph Nelson, 1968)
Premessa:
mi capito' di imbattermi (in maniera del tutto casuale) ne I DUE MONDI DI
CHARLIE, circa tre anni fa, a cavallo tra il 2000 ed il 2001. Non avevo mai
visto questo film interpretato da Cliff Robertson e Claire Bloom, che narrava la
(assai singolare vicenda) di un ritardato mentale (Charlie Gordon), il quale,
grazie ad un innovativo esperimento scientifico, subisce un'evoluzione
social-intellettiva progressiva, fino a divenire un autentico genio. La
pellicola, diretta da Ralph Nelson nel 1968 (e che frutto', l'anno seguente,
l'Oscar come Miglior Attore Protagonista a Cliff Robertson), e' tratta dallo
splendido romanzo fantascientifico FLOWERS FOR ALGERNON (Fiori per Algernon)
scritto da Daniel Keyes nel 1959. Dopo la visione, ancora frastornato
dall'amaro, spiazzante finale, giunsi' immediatamente a questa prima
conclusione:
Charlie Gordon e', al di la' di ogni retorica ed analisi cinematografico-sociale,
la metafora dell'imperdonabile strafottenza e superbia di una Scienza supponente
e senza scrupoli, che non sembra tenere conto delle (tragiche, inconsuete, non
previste) evoluzioni di cui si fa carico l'uomo-cavia di turno: cio' che viene
innescato e' pari ad una bomba ad orologeria, della quale si sa, sebbene con
approssimazione, il momento in cui esplodera', lasciando attorno a sé niente
altro che desolazione e smarrimento. Lo stesso sentimento di desolazione che
Charlie Gordon riassume egregiamente, nell'ultimo, rivelatorio, spiazzante atto
rivolto a tutto il corpo scientifico presente in aula: alla domanda "E la
Scienza Moderna?…" - Charlie replica, con assoluta convinzione ed
impressionante lucidita' psichica: "…un processo assolutamente vano di
suicidio collettivo…". Spiazzante analisi che viene egregiamente
confermata dalla glaciale, ammonitoria, intransigente domanda posta al
responsabile primario del (delittuoso) esperimento, il Dott. Norum:
"…avanti, Professor Nerum, risponda a questa domanda: CHARLIE GORDON.
Nessuno di voi e' capace di rispondere alla domanda "CHARLIE GORDON"?…
Nessuno laggiu' in sala e' capace di rispondere alla domanda "CHARLIE
GORDON"?… - e, proseguendo - Mi avete deluso, scienziati, non avete
acume, ANZI: ne avete meno di un topo… si, perche' ALGERNON mi ha risposto:
lui sa". Sono parole spiazzanti, drammatiche, considerazioni che non
consentono perdono alcuno, ne', forse, una seppur vaga possibilita' di riscatto.
Tutto d'un tratto si forma una gelida aura di silenzio che percorre inesorabile
le facce di straniti, sgomenti eminenze grigie, fosco presagio dell'amara
rivelazione di cui lo spettatore verra' a conoscenza pochi attimi dopo.
A questo stadio della mia analisi urge una sporadica (sebbene contenuta)
impressione : "I DUE MONDI DI CHARLIE" avrebbe assurto certamente allo
status di "piccolo capolavoro", se solo questa pellicola fosse stata
curata, diretta ed interpretata con maggiore "senso di continuita'"
nonche' "sensibile rispetto per gli eventi e sfumature narrati",
obbligando (ipoteticamente) il regista a non commettere certi "errori di
concetto" di cui il film a tratti si macchia. Ad una odierna visione (e
soprattutto dopo che il tema del "ritardo mentale" e' stato oggetto di
numerose, fin troppe, rivisitazioni cinematografiche) "CHARLY" ci
appare come una pellicola datata, contraddistinta da una colonna sonora che non
poteva essere che "figlia del proprio tempo", ma che oggi risulta solo
inutile e, mi si permetta, alquanto imbarazzante. Attestato cio' al film non
puo' venire omesso il merito di aver saputo piu' che dignitosamente
"fotografare" le due realta' perfettamente antitetiche impersonate da
un eccelso CLIFF ROBERTSON. Il principale comune denominatore (e primaria chiave
d'interpretazione) e' lo sguardo dichiaratamente pessimista che ha come
epicentro il senso di indifferenza che colpisce (gravemente, senza il minimo
scrupolo) chi e' affetto da gravi forme di diversita'. Molto piu' semplicemente:
CHARLY GORDON, sia che ci appaia come ritardato o, post-operazione, in qualita'
di "genio miracolato", sara' sempre oggetto della miscredenza (e
cattiveria) altrui: in entrambi i casi vittima e colpevole allo stesso tempo,
senza che Charly si renda a tutti gli effetti complice della propria diversita'
sociale. Se la scienza avra' fallito, l'umanita' avra' commesso l'ennesimo
crimine. Il crimine di non poter (e saper) accettare le persone (in questo
frangente sia il minorato che l'individuo dotato di grande intelletto) per
quello che in realta' sono. Scienza ed umanita' vengono, concludendo,
"dipinti", "scattati" con feroce cinismo, essendo esse la
principale ragione d'infelicita' (prima e dopo) di Charlie Gordon. Nonche',
metaforicamente, di tutti coloro che non possono beneficiare di un proprio
pensiero, obbligati loro malgrado a relazionarsi alle impressioni ed umori
(spesso accompagnati da disprezzo e gelido cinismo) della maggioranza piu'
potente e presente sul Pianeta.
L'anima del film risiede nelle due contrastanti, diametralmente opposte reazioni
psicologiche che accompagnano le evoluzioni/devoluzioni mentali di Charlie: nel
primo caso, post-operazione, egli gode di una irresistibile escalation
intellettiva, che gli permettera' presto di acquisire lo status di genio: e',
senza ombra di dubbio, la parte piu' eccitante ed intrigante della pellicola:
agli occhi dell'ex-ritardato si schiude un nuovo mondo, cosi' ricco di colori e
sfumature, quelle stesse sfumature delle quali non aveva mai potuto accorgersi
durante i suoi primi 30 anni di vita: la straordinaria, talvolta struggente
bellezza di questo momento sarebbe pari a quella di un uomo lanciato sullo
Spazio e percio' testimone degli indicibili avvenimenti e trasformazioni
naturali che continuamente, incessantemente si avvicendano attorno al nostro
immaginario collettivo. Nel secondo caso, al contrario, viene esplosa la
consapevolezza, nell'uomo-Charlie, di dover subire una fase regressiva poco
prima del tutto inaspettata. Il protagonista e' oramai conscio del proprio
scuro, inconvertibile destino, ed intende non rendersene patetica vittima.
Il sogno e' finito, la speranza definitivamente uccisa, e quell'Universo intero
che si era aperto dinanzi agli occhi di Charlie sta implodendo lentamente,
risucchiando voracemente ogni ideale e senso di "nuovi mondi e nuove
realta' da esplorare".
"Perche', Professor Nerum, non dirmelo: non dirmi che l'operazione avrebbe
avuto soltanto un effetto temporaneo" - esclama un rassegnato Charlie
Gordon - mentre tiene in una mano un Algernon morto, esanime, anche lui
sconfitto da quella stessa Scienza che lo aveva (altrettanto miracolosamente)
aiutato a liberarsi del suo ritardo mentale.
E, a suo modo, la figura tragica di questo topo sacrificato ai "necessari
voleri" del Progresso Umano, e' l'emblema dell'uomo una volta di piu'
barbaramente ucciso da una Scienza perfida, che non tiene conto (se mai vi ha
tenuto conto) della sensibilita', di quella particolare comprensione di cui un
individuo come Charlie (e/o suoi simili) avrebbero costantemente bisogno.
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